Solfeggio: cos’è e come impararlo partendo da zero
Che cos’è il solfeggio, da dove vengono i nomi delle note, la differenza tra solfeggio parlato e cantato e un metodo pratico per imparare a leggere la musica.

Indice
Il solfeggio è la porta d’ingresso alla lettura della musica: consiste nel leggere uno spartito pronunciando il nome di ogni nota e rispettandone la durata, con o senza intonarla con la voce. Per generazioni di studenti italiani è stato sinonimo di ore passate sul manuale, ma imparare il solfeggio oggi può essere molto più semplice di quanto si pensi, se si procede con ordine e con pochi minuti di pratica ogni giorno.
In questa guida vediamo che cos’è il solfeggio, da dove vengono i nomi delle note, quali sono le sue forme e come impararlo partendo da zero.
Che cos’è il solfeggio
Fare solfeggio significa “dare voce” alla notazione musicale. Davanti a una riga di pentagramma, chi solfeggia legge ad alta voce i nomi delle note (do, re, mi…) e li pronuncia nel tempo giusto, di solito scandendo il ritmo con un movimento della mano che indica i movimenti della battuta. L’obiettivo non è recitare una sequenza di sillabe, ma trasformare segni grafici in ritmo e suono senza bisogno dello strumento.
Per questo il solfeggio è utile a chiunque faccia musica: a chi canta in un coro, a chi studia pianoforte o chitarra e a chi vuole semplicemente capire che cosa c’è scritto su uno spartito.
Da dove vengono i nomi delle note
Il sistema di sillabe che usiamo per il solfeggio ha origini medievali. Come spiega l’Enciclopedia Britannica alla voce solmisazione, fu il monaco Guido d’Arezzo, nell’XI secolo, a introdurre in Europa l’uso di sillabe per indicare le altezze dei suoni. Le ricavò dall’inno latino “Ut queant laxis”, dedicato a san Giovanni Battista: ogni verso iniziava su una nota più alta della precedente, e la prima sillaba di ciascun verso diede il nome a una nota. Nacque così la serie ut, re, mi, fa, sol, la.
Nel Seicento il sistema fu adattato alle scale di sette note: si aggiunse il si per il settimo grado e l’ut fu sostituito dal do, considerato più facile da cantare. In Italia, come in Francia e in Spagna, si usa il cosiddetto do fisso: ogni sillaba corrisponde sempre alla stessa nota, qualunque sia la tonalità del brano.
Do fisso e do mobile
Nei paesi anglosassoni le sillabe si usano soprattutto con il sistema del do mobile: il do non indica una nota precisa, ma la tonica della scala maggiore in cui si sta cantando. Se il brano è in Sol maggiore, il Sol si chiama do. Questo approccio, che lega le sillabe alle funzioni delle note più che alla loro altezza assoluta, fu reso popolare in Inghilterra intorno al 1850 da John Curwen con il metodo del tonic sol-fa.
Chi studia in Italia imparerà il do fisso, ma conoscere l’esistenza del do mobile aiuta a capire molti metodi di ear training stranieri e diverse risorse in lingua inglese.
Solfeggio parlato e solfeggio cantato
Esistono due forme principali di solfeggio, che di solito si studiano in quest’ordine:
- solfeggio parlato: si pronunciano i nomi delle note rispettandone la durata, ma senza intonarle. Serve soprattutto ad allenare la lettura ritmica e la velocità nel riconoscere le note sul pentagramma;
- solfeggio cantato: si intona ogni nota alla giusta altezza mentre se ne pronuncia il nome. È più impegnativo, perché richiede di riconoscere e riprodurre gli intervalli, e allena in modo diretto l’orecchio musicale.
Accanto a queste due forme c’è la lettura ritmica pura, in cui si legge solo il ritmo su una sillaba neutra o battendo le mani, utile quando si affrontano figure complesse.
Le figure musicali: la base del solfeggio ritmico
Prima di leggere le note, bisogna conoscere le figure, cioè i simboli che indicano la durata dei suoni. Ogni figura vale la metà della precedente. In un tempo di 4/4, dove la semiminima vale un movimento, i valori sono questi:
| Figura | Durata in un tempo di 4/4 | Quante ne servono per una battuta |
|---|---|---|
| Semibreve | 4 movimenti | 1 |
| Minima | 2 movimenti | 2 |
| Semiminima | 1 movimento | 4 |
| Croma | 1/2 movimento | 8 |
| Semicroma | 1/4 di movimento | 16 |
| Biscroma | 1/8 di movimento | 32 |
| Semibiscroma | 1/16 di movimento | 64 |
A ogni figura corrisponde una pausa di uguale durata. Il punto di valore, posto accanto a una figura, ne aumenta la durata della metà: una minima puntata, per esempio, vale tre movimenti.
Come imparare il solfeggio partendo da zero
1. Memorizzate la posizione delle note in chiave di violino
Le note sulle cinque linee del pentagramma in chiave di violino, dal basso verso l’alto, sono Mi, Sol, Si, Re, Fa; negli spazi troviamo Fa, La, Do, Mi. Imparate prima queste due sequenze, poi aggiungete le note sui tagli addizionali, a partire dal Do centrale sotto il pentagramma.
2. Battete il tempo con la mano
Abituatevi fin da subito a scandire i movimenti della battuta con la mano: in basso, a sinistra, a destra e in alto per il 4/4. Mantenere un gesto regolare impedisce di “rallentare” nei passaggi difficili ed è la base di ogni lettura ritmica.
3. Iniziate con il solfeggio parlato
Scegliete esercizi brevi, di otto battute, solo con semibrevi, minime e semiminime. Leggeteli prima lentamente, poi aumentate la velocità con l’aiuto di un metronomo. Introducete crome e pause solo quando la lettura è fluida.
4. Passate al solfeggio cantato
Partite dalla scala di Do maggiore, cantandola su e giù con il supporto di un pianoforte o di un’app che suoni le note. Poi provate a intonare piccoli salti, come Do–Mi o Do–Sol, controllando ogni volta la nota sullo strumento.
Il solfeggio oggi nei conservatori
Nei conservatori italiani la materia che un tempo si chiamava semplicemente solfeggio oggi è parte di un insegnamento più ampio, Teoria, ritmica e percezione musicale. Il programma dei corsi propedeutici del Conservatorio di Torino, per esempio, la articola in quattro aree: lettura ritmica, lettura cantata, educazione dell’orecchio (con il dettato musicale) e teoria. Chi studia da solo può usare la stessa struttura come traccia, dedicando un po’ di tempo a ciascuna delle quattro aree.
Tra i manuali più diffusi per la pratica restano due classici usati da generazioni di studenti: il metodo di Pasquale Bona per la divisione ritmica e la guida teorico-pratica di Ettore Pozzoli.
Domande frequenti
Quanto tempo serve per imparare il solfeggio?
Dipende dalla costanza e dall’obiettivo. Con una pratica quotidiana di pochi minuti si arriva in qualche settimana a leggere esercizi semplici in chiave di violino; la lettura a prima vista di brani complessi richiede invece anni di studio.
Si può imparare il solfeggio da autodidatti?
Sì, soprattutto il solfeggio parlato e la lettura ritmica, che si possono verificare con un metronomo. Per il solfeggio cantato è utile avere uno strumento o un’app per controllare l’intonazione e, se possibile, qualche lezione con un insegnante.
Il solfeggio serve per suonare la chitarra o il pianoforte?
Non è indispensabile per suonare a orecchio o con le sigle degli accordi, ma diventa necessario per leggere spartiti, studiare repertorio classico, suonare in un’orchestra o preparare l’ammissione a un conservatorio.
Che differenza c’è tra solfeggio e teoria musicale?
La teoria musicale spiega le regole (scale, intervalli, tonalità, accordi); il solfeggio è la pratica di leggere e realizzare con la voce ciò che è scritto. Le due cose vanno studiate insieme, perché la teoria dà senso a ciò che si legge.


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